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| Benvenuti sul Blog di Edizioni XII |

Davide Cassia: E siamo a quattro. Complimenti per aver vinto l'ennesima edizione di usam. Ormai non so più che domande farti.
Federica Maccioni: Allora, mentre sei afasico approfitto qui per dire che dedico questa quarta vittoria a tutto lo staff dei XII e a tutti i ragazzi diusam, che in questo anno e mezzo si sono presi la briga di leggere e debitamente macellare i miei racconti. Se qualcosa ho ottenuto lo devo a tutti loro. GRAZIE RAGAZZI!!!
Per questo racconto in particolare, però, che per me è molto importante, i ringraziamenti si estendono agli amici della Comunità Armena di Roma. Mi hanno aiutata con il materiale e le fonti e hanno rivisto la parte storica aiutandomi a migliorarla e renderla più precisa. Se posso pubblicare nella sezione “Storie” è per loro gentile concessione, visto che il racconto appartiene a loro. Anzi, approfitto qui per dire che chi volesse conoscerli meglio può andare a trovarli sul loro sito www.comunitaarmena.it e leggere Akhtamar On Line, il loro bollettino, qui: www.comunitaarmena.it/akhtamar.html
D: Non è che non hai più stimoli per continuare a partecipare?
F: Mah, non direi. usam è sempre molto divertente e formativo, il problema è che non ho più racconti... veramente ne ho ancora uno, e forse lo posterò, ma l'idea di fondo che ho in questo periodo è un nuovo romanzo. Mi sta ronzando per la testa da mesi, ma non riesce a decollare, e i racconti sono passati per il momento in secondo piano. Ma non è detto che in futuro...
D: Nel tuo racconto parli di un argomento drammatico e orribile, il genocidio. Pensi che l'umanità abbia imparato dagli errori della storia?
F: No, non credo. Imparare presuppone la volontà di farlo, e non credo che questa volontà ci sia a livello di poteri forti, altrimenti non avremmo avuto il Ruanda, il Kosovo, Milosevic, Timor Est, la Birmania... Non avremmo le decine e decine di guerre dimenticate sparse in giro per il mondo e, aggiungo, finanziate dalle strutture di potere (economico e politico) occidentali per vari motivi geopolitici che non è il caso di analizzare qui, o verrebbe un discorso lunghissimo.
D: Credi che la pace tra i popoli sia un'utopia?
F: Sì purtroppo. Perché come dicevo manca a vari livelli la volontà politica di mantenere le condizioni per favorire la pace. Perché la guerra è un business remunerativo da un punto di vista economico (come la ricostruzione, fra l'altro). Perché una popolazione locale in stato di guerra permanente è facilmente sfruttabile per fini poco limpidi e poco etici, e il suo territorio è agevolmente depredabile di risorse e materie prime, la manodopera e la carne da cannone si trovano con facilità fra i disperati che hanno perso tutto, bambini compresi. Perché una popolazione mondiale in stato di costante minaccia è facilmente manipolabile da un punto di vista politico ed economico. La pace non conviene a nessuno, tranne alle vittime... ma qualcuno mai nel corso della Storia si è preoccupato delle vittime? Il nostro tempo non fa eccezione.
D: Credi che uno scrittore prima o poi debba impegnarsi nel sociale con il suo lavoro o può rimanere tutta la vita uno scrittore di evasione?
F: Deve deciderlo lui, secondo me. Io non riesco a scrivere solo storie di evasione, ma fa parte del mio carattere. C'è chi ci riesce egregiamente, invece, e meno male che ci sono scrittori così. Altrimenti sai che noia, solo scrittori “impegnati”! Ci vogliono entrambi i tipi di scrittori, a mio parere.
D: Secondo te in futuro sparirà la carta stampata?
F: Spero di no. Vuoi mettere la soddisfazione fisica di sfogliare un libro, annusarlo, toccarlo, guardarlo... non c'è foglio elettronico che tenga, anche se mi rendo conto che a livello di deforestazione potrebbe essere auspicabile che la carta stampata effettivamente sparisca. Il riciclo non è una vera soluzione, spesso i metodi usati per riciclare la carta sono più inquinanti di quelli usati per produrre la carta “normale”. La soluzione potrebbe essere una nuova tecnologia di riciclo, ma qui torneremmo al discorso sulla volontà politico/economico di impiegare risorse per qualcosa che sia di beneficio per tutti e non per pochi...
D: ... e ci sarà ancora posto per la fantasia e gli scrittori?
F: Questo spero proprio di sì!
D: La vendita on-line supererà mai quella nelle librerie, secondo te?
F: Questo non saprei. Da quel poco che so, la vendita on-line è in crescita, ma quella nelle librerie regge ancora bene. Non so rispondere, non sono brava con le indagini di mercato, ma so che i “libridinosi” amano il contatto fisico con il libro, come dicevo poco fa, perciò non so. Io spesso compro su ibs per una questione di comodità, di sconti, ecc, ma in genere il libro che scelgo me lo sono già preventivamente coccolato per benino in libreria...
D: Pensi l'Italia sia svantaggiata rispetto all'estero per gli autori che vogliono farsi conoscere (penso alle agenzie letterarie americane che funzionano anche come talent scouting)?
F: Non so come funzionino le agenzie in America, e neppure all'estero, per la verità, ma mi pare che in Italia il mercato editoriale, emergenti compresi, funzioni un po' come tutto il resto nel nostro paese. Per nepotismo, raccomandazione, domande/offerte poco limpide. Certo, ci sono le eccezioni, per fortuna, ma non è che vedo tutto questo fiorire di nuovi autori in Italia, anche se qualcuno c'è. Non so se dipende dal fatto che l'editoria è blindata per gli emergenti, o da altri fattori concomitanti, ma di sicuro il sistema vigente non aiuta, direi.
D: Parliamo di usam: quale formula credi sia migliore per postare i racconti e quali limiti, regole trovi giuste o sbagliate?
F: Adesso come adesso mi pare che le innovazioni introdotte stiano funzionando bene. Il limite di quindici racconti lo trovo ideale, anche se c'è un pochino di corsa il primo del mese per postare in tempo, ma fa parte del gioco ed è divertente. E poi, soprattutto per chi deve commentare, quindici racconti sono un limite accettabile, e visto che i commenti sono la chiave di usam mi pare che favorire in questo modo il lavoro dei commentatori sia una buona scelta. Certo prima era più comodo, uno postava con calma quando voleva, fino al dodici del mese c'era tempo e non c'era limite numerico. Uno se la poteva prendere comoda, ma anche così è interessante e non si perde in divertimento. Sono anche contenta del nuovo premio! I Corti sono un bel libro, e fra l'altro approfitto qui per dire che dopo aver letto i Corti, mio figlio ha fatto un tema a scuola usando alcune formule narrative apprese leggendolo, e si è cuccato un bel 9! Al che gli ho subito fatto leggere i vari thread nella sezione del forum “Mestiere dello Scrittore”, dalle “d” eufoniche agli avverbi in mente, giusto tanto perché non prenda cattive abitudini. Ma, dicevo, ne ho tre, due li ho già impacchettati e regalati, ma avere l'opportunità di scegliere un altro libro è una buona occasione.
D: Grazie di tutto e arrivederci alla prossima vittoria.
F: Grazie a XII per tutto, ragazzi. Come ho già detto poco fa e ripetuto sul forum, se ho ottenuto qualche risultato, lo devo molto al lavoro fatto su usam da tutti quelli che ogni mese si prendono l'onere (e diciamo anche il piacere, almeno per me lo è), di leggere e commentare i racconti. Per me è stato utilissimo!
Ciao a tutti e alla prossima edizione di usam.


Metz Yeghern di Federica Maccioni
Meditate che questo è stato.
Primo Levi
Istanbul, 24 aprile 1915
Era un’alba dorata sulla città dormiente.
Improvvise, le urla frantumarono il fragile silenzio della brezza marina. Calci di fucile abbatterono le porte.
Uomini strappati alle case, al sonno, alle spose. Donne gettate a terra. Bambini trascinati.
Minacce. Dolore.
Terrore, lacrime.
In lunga fila camminavano i prigionieri ammanettati.
Le porte del carcere risuonavano.
Buio. Tortura.
Orgoglio e fierezza.
Un cappio di fil di ferro per ciascun uomo.
Un cappio di silenzio per ogni voce.
Un cappio di oscurità per ogni volto.
E l'alba svanì, e il respiro, e la vita.
Puglia, settembre 1924
C'era un villaggio sui monti dell'Anatolia; non ricordo il nome o non l'ho mai saputo.
Si levava una musica, quel giorno.
Una musica triste, l'anima del mio popolo antico; al suono dello tsiranapoghle pietre piangevano. E le case e le piazze piangevano. La voce del flauto tesseva un luogo senza grida, senza terrore, il giorno che la marea urlante irruppe nella nostra vita.
Metz Yeghern.
E il sole nascose il volto, sgomento.
Anatolia, luglio 1915
Quando la polvere si era levata lontano, le donne erano corse a casa.
«Arrivano! Arrivano!»
Il panico si era impadronito del villaggio.
Il padre lo aveva chiamato. «Aram! Aram! Vai di sopra, presto! Prendi tuo fratello!»
Aram, terrorizzato per la confusione, per il viso stravolto di suo padre e per le urla di sua madre, si era arrampicato, spingendo Magar davanti a sé. Da tempo gli adulti avevano deciso che i ragazzi usassero come rifugio una trave del sottotetto in caso di attacco al villaggio. Erano abbastanza minuti da sperare di non essere trovati.
«Seda!» ordinò l'uomo alla moglie. «Fuggi!»
Seda gli afferrò una mano. «No, Karnig! No! I bambini!»
«Non possono seguirti ora. Va'! Presto! Prima che arrivino! I bambini verranno da te più tardi, quando loro se ne saranno andati».
«E tu?»
«Io resto qui».
Karnig si erse sulle spalle, orgoglioso.
«Va', presto». Un attimo di dolcezza, un bacio.
Attraverso una fessura delle assi, Aram guardò svanire le spalle di sua madre dal riquadro della porta.
La seguì con il pensiero e con gli occhi.
Scalpiccio di piedi, sedie smosse.
Sotto ai due ragazzi apparvero il padre e il nonno, vestiti della casacca dai bordi ricamati, come per andare a una festa. I due uomini sedettero a terra con le gambe incrociate, mentre le voci e gli spari esplodevano nel villaggio.
Portarono alla bocca gli antichi flauti armeni, e il suono triste dello tsiranapogh si levò nell'aria ferita.
Aram si aggrappò a quel suono come a una speranza. Non poteva accadere nulla di male, finché il papà e il nonno suonavano così. Magar si strinse a lui. Era sudato, respirava a fatica. Il ragazzo prese la mano del fratellino e restarono così, immobili.
Si sentivano piangere le donne, fuori.
«La mamma...» bisbigliò il più piccolo dei due bambini.
«La mamma è lontana, ormai, non può essere lei che piange, Magar». Ansimò, gli occhi dilatati nel buio. «Zitto adesso».
Ascoltarono gli ordini dei soldati. I loro passi si avvicinavano.
I prigionieri li seguivano; il più grande dei due bambini lo intuì dal pesticciare strascicato e incerto che si accompagnava al risuonare cadenzato. Dalle violente imprecazioni che rispondevano ai gemiti e alle esclamazioni.
«Qui!»
Una voce come una frustata.
Erano nella casa di fronte alla loro, quella del migliore amico di Aram, Levon, il compagno di sempre.
«Papà! Papà!» chiamava la voce di Levon.
Un colpo secco. Levon tacque.
Aram fu scosso da un conato di vomito ma si trattenne. Un sudore gelido gli scendeva a rivoli lungo la schiena. La testa gli girava.
Lo tsiranapogh suonava, lungo, lento, e colmava l'onda dell'eco dello sparo. Dilagava nelle pozze del tempo, negli anfratti del silenzio violato.
Ascoltando quella musica, la nausea defluì piano piano e se ne andò.
«Cahit! Qui vai tu!»
I soldati erano nella casa a fianco, la casa di Nersès. Sua madre urlava.
«No! Il bambino no! No!»
Nersès piangeva.
Una voce maschile sovrastò il pianto: «Lascialo!» Un urlo di dolore seguì l'ordine perentorio. «Puttana!» sibilò la voce. «Mi ha morso, la cagna!»
Uno sparo.
Nersès non piangeva più.
«No! No!» gridò la donna.
Un altro colpo.
La madre di Nersès smise di protestare.
Aram inspirò a lungo, per ricacciare la vertigine.
Le note afferravano l'anima, scavavano il cuore lente, profonde come un altro silenzio. Un altro luogo. Non questo, non qui, non ora.
«Qui! Avanti, forza!»
Erano lì, in casa loro. Tamburi impazziti nelle orecchie, e la vertigine ritornò.
Aram e Magar si abbracciarono; Magar chiuse forte gli occhi e trattenne il respiro.
«Cos'è che suona?»
«Uno dei soliti. Non lo sai ancora?»
Sghignazzate.
«Ce n'è sempre qualcuno che ci accoglie così!»
Uno scoppio di risa sguaiate.
Luce improvvisa. Avevano abbattuto la porta.
«Sono in due, non uno!»
«Meglio così».
Risate come insulti.
Le dita di Magar artigliarono le spalle del fratello, ma Aram non le sentì.
Il suono lungo dello tsiranapogh. Finché il flauto suonava non poteva accadere nulla.
«Alzatevi, bastardi!»
Non poteva accadere nulla.
Il nonno e il papà continuavano a suonare.
«In piedi ho detto!»
Non poteva accadere nulla.
Passi pesanti sul pavimento.
«Non volete alzarvi, eh?»
Nulla, nulla poteva accadere. Nulla.
Un colpo.
Il nonno cadde.
Aram ingoiò il grido che saliva in gola. Sentì il pianto nel respiro sgomento di Magar e gli chiuse la bocca con la mano.
Il padre continuava a suonare.
«Alzati!»
Le note del flauto dipingevano un sogno, il colore del tramonto e la carezza del vento.
Un altro colpo.
Il respiro dei ragazzi si troncò.
Anche Karnig cadde.
«Due di meno da sorvegliare».
«Sì, ma stai sprecando troppe munizioni. La prossima volta usa il calcio del fucile. In testa».
Una voce nuova si affacciò sulla soglia: dura, autoritaria.
«Avanti, fate presto!»
«Signorsì!»
I due soldati cominciarono a frugare ovunque, nei cassetti, negli armadi; sventrarono i divani e i cuscini. Gettarono a terra il vasellame, gli oggetti, i libri. Rovesciarono i mobili. Cercavano oro, denaro, gioielli, qualunque cosa di valore. Aram lo sapeva.
Cercavano gente nascosta. Loro.
«Non ce ne sono altri, stiamo perdendo tempo».
«Aspetta! Prendiamoci almeno una mancia!»
«Ma non vedi che questi qui non hanno niente?»
«Stai zitto e cerca. Sbrigati!»
Rovistarono ancora, imprecando.
Ci stavano impiegando una vita; i rumori ricordavano quelli di un cinghiale che raspava il terreno con il muso in cerca di radici. Una volta Aram lo aveva sentito, nel bosco. Grugniva nello stesso modo, ansava come quei due.
«Merda!» Il più tarchiato dei due soldati si alzò in piedi, sotto il loro nascondiglio. «Tutto lavoro inutile».
«Te l'ho detto che non c'era niente! Andiamo, muoviti!»
I soldati si voltarono e se ne andarono.
«Bastardi», biascicò l'ultimo, e prima di uscire sferrò un calcio alla testa del nonno con lo stivale chiodato.
Tornò il silenzio in casa, poi anche nel villaggio. Aram, piano piano, scese dal suo nascondiglio e tese la mano al piccolo, per aiutarlo. Gemeva. Ansimava. Tremava. Aveva urla nella testa e lacrime nel petto, ma non piangeva.
Magar era pallido e sudato.
Si avvicinarono al nonno e al padre. L'odore ferroso li colpì come una mazzata: il sangue era schizzato intorno, aveva sporcato i bei pizzi bianchi delle tende della mamma e inzuppato di nero i tappeti colorati. Una vasta macchia gocciolante e slabbrata si era rappresa sul muro, dove Karnig aveva appoggiato le spalle.
Quella vista li sgomentò.
Aram si sentì come sospeso da terra.
I cocci erano ovunque; le pagine strappate, i cassetti divelti, le ante dei mobili scardinate. Le piume dei cuscini si erano posate come neve, dappertutto, inzuppandosi di sangue.
Le impronte dei soldati insanguinavano i vestiti calpestati sparsi a terra, e le loro orme rosse si potevano seguire sulla soglia e sulle scale.
Aram si accucciò a terra nel silenzio irreale, assoluto, seguito al massacro e alla retata; raccolse lo tsiranapogh del padre, lo ripulì con cura.
«Papà?» chiamò Magar. Gli tolse alcune piume dal viso, gli accarezzò la fronte e le guance con la piccola mano.
Il volto dell'uomo era bianco, di un bianco impossibile da dire, i suoi occhi guardavano il nulla.
Aram glieli chiuse.
Magar si appoggiò al petto del padre e pianse, adesso sì. Gridò, singhiozzò, tanto nessun soldato lo poteva sentire, ormai.
«Papà, papà!»
Aram sedette a terra, prese fra le sue la mano gelida del nonno e fissò il vuoto con gli occhi spalancati.
Verso il Deserto Siriano, luglio 1915
I due ragazzi presero a seguire la lunga colonna molto tempo dopo che era partita.
Dapprima avevano infatti cercato di scavare una fossa per il padre e il nonno, ma la terra del cimitero era dura; troppo dura per le loro braccia anche se Aram era forte quasi quanto un uomo. Almeno, questo gli aveva sempre detto il nonno, ma forse lo diceva solo perché gli voleva bene. Infatti non erano riusciti a fare molto più che scalfire il terreno. Di spostare i due corpi, poi, neppure a parlarne. Ma a questo non avevano pensato, altrimenti non avrebbero neppure provato a scavare.
«Che facciamo?» chiese Magar sconsolato, quando si rese conto che l'impresa era impossibile.
«Non lo so», scosse il capo Aram. «Non possiamo lasciarli così. I cani li mangeranno».
«No!» gridò Magar.
Tornarono verso casa.
I corpi erano disseminati dappertutto per strada, ammucchiati al centro della piazza, dentro le case, sulle scale, per traverso sulle soglie.
I turchi avevano portato via molte persone, molte altre erano state costrette a prendere la via del deserto, scendendo dai monti, a piedi, verso i campi di concentramento predisposti per loro a centinaia di chilometri di distanza.
Aram sapeva che quelle marce erano chiamate le marce della morte. Era abbastanza grande da immaginare a cosa sarebbe andata incontro quella gente.
Molti, però, erano stati uccisi sul posto. Quelli che opponevano resistenza, quelli che avrebbero potuto creare problemi durante la marcia; quelli che li avevano guardati negli occhi. Come il nonno e il papà.
«Diamo fuoco al villaggio», propose.
Magar lo guardò sconcertato.
«Ci sono troppi morti, Magar, non possiamo seppellirli tutti».
«Ma... loro fanno questo!»
«Sì, nei pogrom, lo so, anche se non incendiano più tanto spesso come prima. Ma noi lo facciamo per non lasciarli mangiare dai corvi».
«Ma quando quelli che sono fuggiti torneranno, non troveranno più nulla, così!»
Aram si guardò attorno, poi chinò il capo. «Non torneranno, Magar», mormorò senza guardare suo fratello in viso. «Non tornerà nessuno».
Magar non capì; era troppo piccolo, forse. Restò fermo a fissarlo mentre si affannava attorno ai morti.
«Aiutami! Non posso fare tutto da solo!» gli intimò Aram.
Accumularono la paglia nelle case, ma soprattutto sui corpi, per essere certi che bruciassero. Le riserve di legna per l'inverno erano a buon punto, c'erano ceppi in abbondanza; li disposero con cura e ci volle del tempo.
Poi diedero fuoco a fascine di rami minuti e se ne servirono per appiccare gli incendi.
Si allontanarono, mentre l'urlo del rogo li seguiva. Si arrampicarono su un'altura.
«Così non troveranno nulla neppure i turchi, quando verranno per prendersi le nostre case». La voce di Aram era decisa. I suoi occhi, duri.
«Dove andiamo adesso?» chiese il piccolo, lo sguardo fisso al villaggio in fiamme.
Aram guardò lontano, ma non riuscì a vedere la colonna di profughi.
I genitori erano stati molto chiari con loro. Avrebbero dovuto riunirsi agli altri, non restare da soli in nessun caso.
«Cerchiamo di trovare la mamma».
Gli adulti avevano dato disposizioni precise, quando, dopo il massacro degli intellettuali di Istanbul alcuni mesi prima, avevano capito che di nuovo il Metz Yeghern stava per abbattersi su di loro.
Se il villaggio fosse stato assalito, avrebbero dovuto nascondersi e non fiatare, qualunque cosa fosse accaduta. La mamma sarebbe fuggita in un luogo sicuro, una caverna nota solo agli abitanti, con altre donne, e loro avrebbero dovuto raggiungerla là quando tutti se ne fossero andati.
Si misero in marcia, ma quando arrivarono non trovarono nessuno. La grotta era vuota.
«Dov'è la mamma?» Magar era sgomento, con le lacrime incipienti nella voce.
«Non lo so. Devono averla portata via i soldati».
«Il papà ha detto che dobbiamo seguirla». Lo guardò. «Anche tu lo hai detto, che dobbiamo cercarla».
«Adesso non possiamo. È quasi notte, Magar».
C'erano dei fagotti abbandonati in un angolo, contenevano del cibo: dovevano averli avuti con sé le donne prima di essere trascinate via.
Aram frugò nelle bisacce, trovò del pane e del formaggio e ne porse un pezzo al fratellino.
«Non ho fame», piagnucolò lui.
«Devi mangiare o non avrai la forza per raggiungere la mamma».
Allora Magar sospirò e prese il cibo, portandolo alla bocca senza convinzione.
Avevano trovato anche delle zucche piene d'acqua; bevvero a lungo.
«Perché hanno ucciso il papà e il nonno?» chiese il piccolo dopo molto tempo.
«Il nonno ce lo ha spiegato, non ricordi? È perché siamo armeni».
«Ma papà e nonno non hanno fatto niente di male. Lui era il mio papà!» La sua voce si spezzò.
«Non piangere! Non serve». Aram fece la voce decisa, ma anche lui aveva voglia di piangere.
«Voglio la mamma!» singhiozzò il bambino. Le lacrime erano arrivate, infine.
«Non c'è, Magar; ma ti porterò da lei, te lo prometto». Si sentì molto adulto nel dire quelle parole. Aveva tredici anni, ma Magar lo guardò fiducioso e si rannicchiò accanto a lui annuendo e asciugandosi gli occhi con le piccole mani.
«Ho freddo», mormorò poi.
«Anch'io». Aram lo abbracciò, protettivo. «Dormiamo, adesso».
«Non ho sonno».
Ma dopo qualche minuto, Aram avvertì il suo respiro regolare. Si era addormentato.
Aram decise che avrebbe fatto la guardia.
Non poteva dormire. L'immagine di suo padre e di suo nonno a terra, il sangue, il suono dello tsiranapogh che accompagnava le urla dei soldati e poi il silenzio, erano scolpite dentro di lui. Non appena chiudeva gli occhi rifluivano come un'onda e lo sommergevano, scagliandolo là, a quel momento in cui il lampo dello sparo gli aveva cancellato la famiglia. Udiva il colpo secco, avvertiva l'odore della polvere da sparo, vedeva la macchia rossa allargarsi rapida sul petto dei due uomini e inzuppare la casacca, scempiando i ricami. Risentiva sotto le dita le palpebre rigide e riluttanti quando aveva chiuso gli occhi al papà, e la mano gelida del nonno.
No, non poteva dormire.
Nel silenzio della notte, rotto solo da qualche fruscio e da radi richiami di animali notturni, quelle sequenze si ripetevano all'infinito, e avrebbe voluto fuggire fuori da se stesso, gridare, cancellare quelle immagini, quegli odori, quei suoni.
Ma non si poteva. No, non si poteva proprio.
I due ragazzi avevano imparato sulla propria pelle il significato di quelle due parole, Metz Yeghern. Finora avevano aleggiato come un incubo, risuonando come la peggiore minaccia immaginabile, ma pur sempre lontane da loro, dalla loro vita tranquilla fatta di ritmi lenti, normali, del calore della famiglia e dell'affetto protettivo dei genitori, del nonno, degli amici.
Adesso erano piombate all'improvviso nella loro vita, sconvolgendola in poche ore, scardinando tutte le certezze. Dovevano affrontare una minaccia troppo grande, smisurata per le loro forze.
Aram era abbastanza cresciuto per esserne consapevole.
Erano due bambini soli, in marcia verso il deserto; e tutto era stato loro strappato brutalmente.
Era questo, il Metz Yeghern, e non avrebbero mai voluto conoscerlo.
Si obbligò a non pensare alla loro situazione e al viso bianco del papà, per cercare di dominare il panico. Ma non riuscì a evitare di riflettere sulla storia che il nonno gli aveva raccontato tempo prima.
La storia del Metz Yeghern, il Grande Male.
Non era il primo. Quello era stato nel secolo scorso, quando erano iniziati i pogrom, violenti assalti ai villaggi inermi. L'ultimo sovrano assoluto dell'Impero Ottomano aveva irreggimentato bande di predoni curdi che scorrazzavano da sempre nelle terre anatoliche, indirizzandole contro le comunità armene per dare man forte all'esercito regolare.
Ora l'Impero si stava sgretolando, c'erano state sollevazioni e rivolte. Ma l'unità andava mantenuta a tutti i costi, era una garanzia per il controllo di un vasto territorio. Sul trono sedeva un nuovo sultano, ma una cosa era restata uguale: l'inquietudine del potere verso gli armeni, verso le loro istanze di indipendenza anche se presentate sempre per le vie istituzionali.
La colpa del popolo armeno era sempre la stessa. Trovarsi nel cuore delle terre anatoliche, incastrato come un cuneo dissonante, legato da sempre alle proprie tradizioni antiche, spezzando l'uniformità che i governi della Turchia, passati e presenti, intendevano imporre a tutte le genti di nazionalità turca in fatto di lingua, religione, usanze e cultura.
Gli adulti avevano spiegato tutto questo ai ragazzi. Avevano detto che il loro popolo era stato accusato di infrangere la legge che vietava di detenere armi, di preparare una rivolta e di volersi alleare con la Russia e con le potenze occidentali per far cadere il Sultano nella Guerra imminente. Era stato diramato un ordine. Tutti gli armeni dovevano consegnare le armi che possedevano, pena l'arresto. I controlli erano stati capillari e inflessibili, al punto che alcuni, non avendone, erano giunti ad acquistare le armi pur di consegnarle ed evitare l'arresto per reticenza. Ma venivano arrestati lo stesso perché, dicevano, avevano commesso un reato. Nessuno poteva detenere armi se non era musulmano. Loro le avevano portate, quindi le avevano in casa. Era un giro vizioso, Aram lo aveva compreso.
Il governo aveva scatenato la caccia, assoldando di nuovo gruppi di banditi nelle zone di confine, affiancandoli ai corpi speciali, come nel primo Metz Yeghern. La storia si ripeteva, anche se con qualche differenza. Questa volta, l'Organizzazione Speciale era costituita da delinquenti comuni liberati dalle carceri apposta per occuparsi di loro. La consegna, se ancora fosse stata necessaria, era di non avere pietà.
I villaggi venivano assaltati, le donne violentate o fatte schiave, sottoposte a sevizie tremende. I bambini non subivano sorte migliore, e tutti gli uomini venivano uccisi.
Ai pogrom seguiva la cacciata dei sopravvissuti dalle loro case, la devastazione, il saccheggio dei villaggi e delle campagne.
Le famiglie erano deportate nei campi nel deserto, e a migliaia morivano di stenti, malattie o violenze prima di arrivare, spesso assaliti e depredati di tutto lungo le piste.
Il governo mandava poi i suoi emissari a impadronirsi dei beni immobili restati senza proprietari.
Gli armeni erano ridotti a poche decine di migliaia, ormai.
Aram e suo fratello sapevano dei reggimenti armeni dell'esercito turco attirati in vallate sperdute e poi massacrati dai commilitoni. Erano stati fra i primi a essere eliminati. Avevano le armi e sapevano usarle, e se si fosse sparsa la voce della persecuzione, avrebbero potuto rivoltarsi e metterle al servizio della causa del loro popolo. La Guerra Mondiale aveva fornito il pretesto: molti erano stati arruolati in deroga alla legge che li esonerava dal servizio militare in quanto cristiani quando la Turchia si era alleata con la Germania.
Poi era seguito il resto.
I due ragazzi sapevano delle donne con i seni tagliati e dei bambini seppelliti nella sabbia, tranne la testa, lasciati a morire lentamente sotto il sole per giorni, venduti come schiavi o inviati ai bordelli di città.
Sapevano che la corrente dell'Eufrate portava i cadaveri della loro gente affogata dai soldati, e delle caverne in cui i profughi erano spinti e rinchiusi prima di essere arsi vivi.
Sapevano dei corpi delle donne allineati nelle vallette, abbandonati a marcire nel deserto, e dati alle fiamme solo dopo giorni per le preoccupazioni delle autorità riguardo alle epidemie.
Non sapevano come i genitori si fossero procurati le notizie più recenti, ma le conoscevano e non avevano nascosto loro niente.
Non avevano ancora visto, però, e la loro mente di bambini non poteva raffigurare l'orrore: soprattutto la mente di Magar.
Adesso, dopo aver visto e subito, Aram cercava di ragionare, di capire.
Ma non ci riusciva. Accanto alle immagini del papà e del nonno, dominava una domanda che si era già posto, ma sempre in via teorica, prima. Non riusciva a spiegarsi l'odio udito nella voce dei soldati dei corpi speciali quando avevano fatto irruzione nel suo villaggio, nella sua casa. Come potevano gli uomini far questo ad altri uomini? Quella notte, riflettendo, vegliò come molte altre notti. E come altre notti, non trovò risposta.
Non era difficile seguire la pista. Era disseminata di morti.
Bambini. Moltissimi. I loro amici, i loro compagni di giochi e di scuola.
Vecchi. Gli anziani del villaggio e dei villaggi vicini razziati prima del loro.
I più deboli, uccisi per primi dagli stenti e dalla sete nella interminabile marcia verso il deserto.
A metà del primo giorno di cammino, Magar non era più capace di piangere. Solo, Aram sperava di non trovare sua madre riversa su quella strada, di non dover affrontare anche quell'orrore.
Aveva sete. Era esausto. Aveva vegliato tutta la notte, per cedere sul fare dell'alba a un sonno agitato di poche ore. Due, forse tre, non di più.
Avevano raccolto le bisacce con il cibo e se ne erano caricati quanto avevano potuto. Le zucche con l'acqua si sarebbero rivelate presto il bene più prezioso, e le avevano prese tutte. Il ragazzo più grande si era accollato il peso maggiore; suo fratello non sarebbe riuscito a fare molto, anche se con un coraggio e una determinazione ammirevole per la sua età e le sue forze aveva insistito per dividere a metà la fatica. Ma poi non ce l'aveva fatta; era crollato, e Aram gli aveva tolto gran parte dell'ingombrante carico.
Così ora sudava sotto il sole implacabile, scivolando sulle pietre del ripido sentiero in discesa, e non poteva bere perché aveva deciso di razionare l'acqua per farla durare il più possibile.
Raggiunsero dopo qualche giorno i margini del deserto e vi si addentrarono.
Camminavano. Camminavano.
I giorni presero a susseguirsi tutti uguali. Persero il conto.
Aram sapeva solo che il peso era sempre più leggero, soprattutto quello dell'acqua, e questo lo sgomentava, perché temeva di avere ancora davanti gran parte della distanza.
I cadaveri lungo la pista aumentarono.
Qualche volta trovavano addosso ai morti dei recipienti ancora pieni e bevevano avidamente accantonando il ribrezzo, rimpiangendo di non poter portare con sé quel tesoro, e rabboccavano le loro zucche anche se il fetore della rapida decomposizione pareva aver raggiunto l'acqua.
Non importa, si dicevano. Una volta avevano sentito raccontare di un tale sopravvissuto al deserto bevendo la propria urina, e si consolavano pensando che almeno questa era acqua. Puzzolente, ma acqua.
Cercare di raggiungere la mamma. Tutto quel che facevano era in funzione di questo unico scopo.
Camminare era diventata la loro dimensione da giorni. Camminare, camminare.
Il sole sorgeva, ardeva nel cielo bianco e tramontava in un mare di fuoco, ma la colonna restava lontana. La vedevano, adesso, dall'alto delle dune, stagliarsi nel tremolio liquido dell'aria rovente; sembrava sempre a portata di mano, eppure non la raggiungevano mai.
Aram fremeva per questo, perché si era reso conto da alcuni giorni che il fratellino non riusciva quasi più a mettere un piede davanti all'altro. Barcollava. Non parlava più, non chiedeva più dov'era la mamma. Non domandava più da bere, e tanto meno da mangiare. Il ragazzo doveva imporsi perché Magar bevesse.
Era preoccupato per lui.
Finché una mattina non riuscì a farlo alzare.
«Magar! Magar!» lo scosse.
Il bambino si rannicchiò di più, respirando di un respiro raschiante che Aram non aveva mai sentito. Si spaventò.
«Alzati, Magar!» C'era panico nella sua voce. Lo tirò per un braccio. «La mamma ci aspetta!»
Niente.
Decise di attendere che si riprendesse un po'. Forse più tardi si sarebbe alzato. Ecco, sì. Avrebbe fatto così.
Si impose la calma. Fece scendere delle gocce d'acqua fra le piccole labbra screpolate e sanguinanti. «Ecco, Magar. Bevi. Bevi, ancora un po', dài», mormorava, accarezzandolo sui capelli fatti ruvidi per la sabbia. Ma Magar non rispondeva e non ingoiava. «Ti porto dalla mamma, Magar. Te l'ho promesso. Ma tu devi bere, sai».
Niente.
Le gocce scorrevano fuori dalla sua bocca arida, il bambino non deglutiva e non apriva gli occhi.
Sul far della sera aveva anche smesso di gemere.
Aram sentì il terrore afferrargli le viscere, crescere a ondate; non sapeva che fare.
Lasciarlo riposare ancora. Ecco. Quel pensiero lo tranquillizzò. Forse l'indomani sarebbe stato meglio, si sarebbe alzato e avrebbero ripreso a camminare. Ma come fare a recuperare il ritardo sulla colonna?
Avrebbero viaggiato anche di notte. Sì. L'avrebbe portato sulle spalle se necessario.
Prese il piccolo fra le braccia, cullandolo a lungo, cantandogli nenie infantili e ripetendo mille volte la promessa di portarlo dalla mamma.
Infine, stremato, cedette a sua volta al sonno.
Quando l'alba sorse sulle dune dorate, Aram, svegliandosi, avvertì qualcosa di strano, insolito.
Quella sensazione non durò a lungo.
All'improvviso comprese che quel che mancava era il respiro raspante come vetro sbriciolato di suo fratello.
«No». Scosse il capo.
«No». Scrollò il bambino. Era chiuso in posizione fetale, rigido, freddo.
«No!» Si gettò a terra, con le mani fra i capelli, battendo i pugni.
Gridò; l'eco ripeté a lungo il nome del piccolo nel silenzio del deserto, e solo il vento rispose alla sua voce.
Tacque smarrito.
Strinse Magar a sé e nascose il viso nei suoi capelli tentando di costringere la mente a fermarsi, a cercare un appiglio, un'idea sul da farsi.
Restò a lungo disteso a terra, aggrappato al fratello, respirando a fatica, gemendo. Cosa avrebbe detto alla mamma, adesso? La mamma! Il pensiero di lei lo avvolse, caldo, rassicurante, e piano piano si calmò. Dopo molto tempo decise che a sua madre restava ancora un figlio, e che quel figlio doveva raggiungerla vivo.
Allora si alzò e si asciugò le lacrime.
Scavò con le mani una piccola fossa per Magar e ve lo depose con tutta la delicatezza e la cura di cui era capace. Ma la buca non era abbastanza profonda. Allora lo ricoprì con sabbia e sassi e formò un tumulo, ma non aveva nulla per costruire una croce, nulla per scrivere il suo nome e ritrovare un giorno quella minuscola tomba. Lo scrisse con il dito sulla sabbia.
Magar.
Tracciò una croce sotto il nome.
«Ciao, Magar. Salutami il papà e il nonno», mormorò.
Si alzò in piedi e riprese il cammino senza più lacrime.
Il vento del deserto cantò il lamento funebre per Magar.
Aram non seppe mai come aveva raggiunto la colonna.
Qualche giorno dopo la morte di Magar aveva finito l'acqua, e aveva continuato a camminare come in sogno, trascinando i passi uno dopo l'altro. Giorno e notte, come si era ripromesso.
Non ricordava nulla tranne che a un certo punto era caduto e non era riuscito a rialzarsi.
Poi aveva realizzato in lampi sconnessi di vaga coscienza mani che lo scuotevano, lo sollevavano; voci che lo chiamavano, concitazione, trambusto,
ma come se tutto questo non accadesse a lui. Aleggiavain un limbo ovattato.
Poi dita fresche sul volto, e una voce nota che cantava una nenia. La stessa che lui aveva cantato per Magar.
Forse sono morto, aveva pensato.
Qualcuno gli versava dell'acqua fra le labbra. La nenia sembrava non avere mai fine.
Galleggiò per un tempo indefinito in quella musica, finché si rese conto che la voce era reale, e anche le mani che gli carezzavano il viso, i capelli, le labbra che gli baciavano le guance.
Aprì gli occhi e vide una figura nota, china su un fuoco a poca distanza, rimestare in un paiolo.
Allora seppe di essere vivo.
La sua voce uscì graffiando dolorosamente lungo la gola screpolata.
«Mamma...»
Puglia, settembre 1924
Prima che la memoria del mio popolo vada perduta voglio scrivere queste righe.
Voglio cantare la mia gente perseguitata perché gli uomini ricordino, e non dimentichino il Metz Yeghern. Perché ho imparato che l'oblio coltiva incessante nel grembo dell'umanità lacrime e morte.
Voglio cantare con la voce della mia terra che non rivedrò.
Voglio cantare l'Anatolia dei tramonti infuocati sull'orizzonte lontano, e la tomba di mio fratello bambino perduto nel deserto di Siria, cullato dal vento e dal sole.
Voglio offrire la mia voce per tessere un canto di ricordi, perché ho imparato che le radici della guerra sono divelte dal fiume della memoria.
Prima che il mondo dimentichi voglio suonare lo tsiranapoghancora una volta,
perché gli uomini vengano da ogni terra per danzare. E danzando gettino le armi, e l'odio sia cancellato da ogni luogo sotto il sole.
Agosto 1939
«La Polonia cadrà».
L'uomo gli dava le spalle, guardava fuori dalla finestra.
«Bene. Continuate secondo le mie disposizioni. La Soluzione Finale è il fine più importante da perseguire. Non dovrei ricordarvelo».
«Ma...»
«“Ma” che cosa?» L'uomo in divisa bruna si voltò e lo fissò negli occhi. «Discuti i miei ordini, forse?»
«No», deglutì il sottoposto. «Certo che no. Solo... pensavo che potremmo renderci poco popolari. Forse... le altre nazioni potrebbero accusarci di voler ripetere l'impresa dei turchi, e...»
«L'impresa dei turchi, dici?» La voce di Adolf Hitler suonò metallica: «Chi si ricorda più, ormai, del massacro degli Armeni?»
Il racconto, vincitore della XXI edizione di usam, è disponibile per gentile concessione di www.comunitaarmena.it

 DAVIDE CASSIA: Eccomi a intervistarti per la quarta volta, i complimenti ormai sono sottointesi e le domande esaurite. Nel racconto La vita nella bottiglia si parla di scelte sbagliate e di riscatto. Da dove hai tratto ispirazione per questo racconto?
ALFREDO MOGAVERO: Mi piaceva l’idea della rivincita sulla vita, metaforizzarla attraverso il dolore e il sangue, poter avere una seconda occasione per aggiustare gli sbagli che si sono fatti e che ci condizionano l’esistenza.
D: Credi che ognuno di noi abbia un tragitto già tracciato o che bisogna costruirselo giorno per giorno?
A: Personalmente credo che nulla sia scritto. L’idea di qualcosa di già deciso mi riesce piuttosto squallida.
D: Credi che uno scrittore prima o poi debba impegnarsi nel sociale con il suo lavoro o può rimanere tutta la vita uno scrittore di evasione?
A: Credo dipenda dalla propria sensibilità, dal contesto in cui cresce e dalle sue personali inclinazioni. Ho massimo rispetto nei confronti di chi usa il mezzo-scrittura per descrivere e analizzare la realtà, ciò che però rifiuto è la diversa dignità che spesso si tende ad attribuire agli scrittori “impegnati” a scapito di quelli che producono fiction. Seguendo questo discorso si dovrebbe insegnare Gomorra a scuola e mandare al macero qualche milione di libri a cominciare dal Don Chisciotte.
D: Secondo te in futuro sparirà la carta stampata?
A: Io spero di no. I libri sono i libri, e leggere su carta conserva sempre il suo fascino inimitabile. Spero però che si usi di più la carta riciclata.
D: ... e ci sarà ancora posto per la fantasia e gli scrittori?
A: Ci sarà sempre la necessità di fuggire dalla realtà, è qualcosa che l’essere umano non può permettersi di soffocare in sé.
D: Altra domanda sibillina: la vendita online supererà mai quella nelle librerie, secondo te?
A: Al giorno d’oggi la vedo ancora dura, ma tra qualche decade può darsi che accada.
D: Parliamo di metodologia: tu preferisci improvvisare quando scrivi oppure pianifichi a tavolino ogni punto?
A: Mai pianificato quasi per niente. Di solito penso a un inizio e a una fine e poi ci piazzo in mezzo quello che mi viene lì per lì. È il metodo “Douglas Adams”.
D: Non pensi che la pianificazione castri un poco l’estro creativo?
A: Sono d’accordo. Soprattutto a me fa venire meno il divertimento dello scrivere, perché è un po’ come guardare un film già visto. Dall’altra parte mi rendo però conto che se si vuol scrivere qualcosa come un thriller, un giallo ecc. non si può prescindere da una trama che si incastri perfettamente in ogni suo punto per evitare di cadere in lacune o incongruenze. Da un po’ di tempo a questa parte sto pensando di abbandonare almeno in parte l’improvvisazione e cercare di ragionare di più sulle trame.
D: Pensi l’Italia sia svantaggiata rispetto all’estero per gli autori che vogliono farsi conoscere (penso alle agenzie letterarie americane che funzionano anche come talent scouting)?
A: Mah, non ho molta conoscenza sull’argomento, quello che mi pare di aver capito è che da noi c’è un sacco di gente che scrive e poca che legge. Molti poi hanno una voglia matta di “sfondare” subito, bruciare le tappe, e finiscono con il seguire strade sbagliate come la pubblicazione a pagamento. Sarebbe bello se ci fossero anche qui agenzie letterarie del genere, anche che funzionassero solo come valutatori-testi, per dare un’idea all’autore sulla propria opera e magari anche consigliarlo.
D: Grazie di tutto, Alfredo, arrivederci alla prossima vittoria.
A: Ciao a te e speriamo bene.

LA VITA NELLA BOTTIGLIA di Alfredo Mogavero
Sono due ore che giro a vuoto per queste dannate strade di periferia, e del bar neanche l’ombra. Il tizio che me ne ha parlato mi aveva avvertito che non sarebbe stato facile rintracciarlo, ma non credevo che fosse nascosto così bene. Metto la freccia, svolto all’ennesimo incrocio stritolato dai mausolei di cemento dell’edilizia popolare, aguzzo la vista per individuare qualche insegna illuminata. Niente, solo saracinesche abbassate. Un uomo che porta un cane a pisciare. Scritte oscene su muri grigi. Lampioni accesi che accecano moscerini e falene. Mi tornano in mente le parole del tizio, la sua risposta quando gli ho chiesto qualche indicazione per rintracciare il bar, il sorriso che gli è comparso sul volto. «Non sarai tu a trovarlo», aveva detto pescando una sigaretta dall’astuccio d’argento. «Se vuole, il bar troverà te».
Prima di entrare nel bar e vincere la partita il tizio era alla canna del gas, inchiodato dai debiti e braccato dagli usurai. Aveva bruciato una forte somma in azioni di una multinazionale finita in bancarotta, per far fronte alla perdita si era rivolto a uno strozzino. I soldi avuti in prestito se li era giocati al casinò e ai cavalli, sperando di rifarsi con gli interessi, e invece gli era andata male anche lì. Gli scagnozzi del cravattaro lo aspettavano già sotto casa da qualche giorno per spezzargli le gambe quando, in una delle bettole dove andava a ubriacarsi, aveva sentito parlare del bar delle seconde opportunità. Un beone di merda gli aveva raccontato la storia di questo posto dove, in alcune notti dell’anno, il barista tira giù da uno scaffale una bottiglia piena di liquido verde e la poggia sul bancone. Nella bottiglia c’è il tempo, e se ne prendi un sorso puoi tornare indietro fino allo sbaglio che ti ha rovinato la vita e aggiustare le cose. Puoi raddrizzare il tuo destino, riparare l’errore e andare avanti come se nulla fosse successo. Il tizio ha bevuto e adesso è ricco sfondato, perché è tornato indietro e ha investito i soldi nelle azioni giuste. Se incontra per strada i tirapiedi dell’usuraio, quelli non lo riconoscono nemmeno.
Per prendere un sorso dalla bottiglia devi vincere una partita a quindici palle contro un altro pretendente. Le regole sono quelle della carambola all’italiana, devi usare la biglia bianca per imbucare le altre partendo dalla numero uno e proseguendo via via fino alle altre. Ogni volta che canni un tiro cedi il turno all’avversario, l’ultima palla devi mandarla dentro dopo averle fatto toccare almeno tre sponde. Tutto normale, a parte una piccola legge che vige solo nel bar e a cui nessuno, una volta che il gioco è iniziato, può sottrarsi: quando segni un punto devi prendere la mannaia da macellaio che sta appesa alla parete e tagliare qualcosa al tuo avversario, devi farlo sanguinare per bene. Dopo ogni mutilazione il barista chiede a chi l’ha subita se ne ha abbastanza, e se quello si arrende la partita finisce e l’altro vince. Nessuno sa perché le cose procedano così, lì dentro, di certo c’è che il barista deve essere un sadico della peggior specie se si diverte ad assistere a quei massacri. Sono pochi quelli che arrivano all’ultima palla, aveva detto il beone al tizio oberato dai debiti, e sfilandosi un guanto gli aveva mostrato una mano a cui mancavano quattro dita.
Il bar mi appare davanti all’improvviso, nell’esatto momento in cui vedo le tre lettere al neon so di essere arrivato a destinazione. Un brivido mi striscia dietro la schiena mentre parcheggio l’auto, una voce dentro la testa mi dice che se voglio tirarmi indietro questo è il momento giusto. Scendo, giro attorno alla macchina e apro il portabagagli. Prendo la stecca con cui ho vinto il campionato regionale del novantotto e me la appoggio sulle spalle, di traverso come la spada di un cavaliere errante. No, non tornerò casa. Questa è la mia ultima possibilità.
Appena dietro la porticina d’ingresso c’è una rampa di scale che s’inabissa nel sottosuolo, illuminata da un’unica lampadina nuda impiccata al soffitto. Scendo adagio, facendo scricchiolare i gradini a ogni passo, giro un angolo e sono all’inferno. Il bar non è altro che una squallida stanza con le pareti rivestite di legno, due tavolini sudici e un bancone che deve per forza aver visto tempi migliori. La prima cosa che cattura il mio sguardo è il tavolo da biliardo: è vecchio, vecchissimo, in mogano così nero che il ripiano da gioco sembra sospeso a mezz’aria. Il panno una volta doveva essere verde, ma è talmente ricoperto da schizzi di sangue incrostato che ha assunto una tinta marcia, malata, simile al colore della pelle dei cadaveri putrefatti. Stando a quanto ho visto nei film, s’intende. Le palle sono già disposte a triangolo, e attendono l’inizio di una nuova partita.
Ho appena cominciato a camminare verso il bancone quando attaccata a una parete vedo la mannaia che pende da un chiodo. È enorme, impossibile da impugnare con una sola mano, ha una lama così grossa che un uomo sufficientemente forte potrebbe tagliarci in due un cinghiale con un sol colpo. Le luci dei faretti che dominano il tavolo da gioco traggono da quel pezzo di ferro giochi di luce spaventosi, e per un attimo mi sembra di vederci riflessa dentro una carrellata infinita di facce distorte. Sono le maschere di dolore di quanti l’hanno assaggiata prima di me, i fantasmi dei giocatori perdenti imprigionati dentro l’acciaio. Tremo, distolgo lo sguardo e continuo a camminare, ricordando le ultime parole del tizio da cui ho saputo del bar: «Se muori il barista ti chiude in un sacco di plastica e poi ti butta in un cassonetto dell’immondizia», aveva detto. «Nessuno saprà mai che fine hai fatto».
Mi siedo al bancone, a uno sgabello di distanza dall’unico altro avventore. Non lo guardo nemmeno in faccia, obbedendo a uno strano istinto di conservazione appena nato dentro di me. Non voglio ricordare il suo aspetto, se di qui a qualche ora sarò costretto a macellarlo come un quarto di bue. Che sia anche lui qui per la partita è fuori di dubbio: la lunga custodia di tela che porta a tracolla parla piuttosto chiaro.
Da una porticina dietro il bancone viene fuori il barista. È gigantesco, unto, con una barba rossiccia che fiammeggia ispida su un volto da orso. Incassati in fondo a due buchi minuscoli, sotto i cespugli delle sopracciglia, gli occhi quasi non si vedono. Al lobo dell’orecchio destro porta tre cerchi d’oro, il sinistro regge una grande croce di metallo che oscilla al ritmo del suo respiro. Veste una canotta lurida senza maniche, al di sotto della quale spunta una t-shirt di tatuaggi da galeotto.
Appena si avvicina gli dico ammiccando che sono lì per giocare. Mi guarda a lungo, soppesandomi con evidente disprezzo, poi si volta e si mette a trafficare con la macchina per spillare la birra. Mi offre una pinta di Guinness, sbattendola sul ripiano di legno. Stanotte forse si gioca e forse no, dice, poi scompare di nuovo oltre l’uscio da cui era emerso.
Dopo forse mezz’ora, stremato dalla tensione, decido di rivolgere la parola al tipo che mi siede accanto. Si rifiuta di dirmi il suo nome, e non vuole che io gli riveli il mio. Dice che posso chiamarlo “il Dottore”, è un appellativo che gli piace. Lo guardo meglio, e mi sorprendo a provare ribrezzo: non deve essere tanto vecchio, ma è talmente devastato dall’alcol da assomigliare a uno spaventapasseri ambulante, una bara di carne che porta in giro un’anima a pezzi. La faccia, crepata da rughe profondissime, sembra un guanto di velluto spiegazzato, gli zigomi sporgono in fuori e quasi bucano la pelle. Le labbra sono violacee, screpolate e gonfie come lumache morte sul ciglio di un buco fetido. Da tanto tempo, mormora piantandomi in faccia gli occhi frantumati dalle venuzze, non beve più whisky; è il whisky che, bicchiere dopo bicchiere, si beve ciò che resta di lui.
Mi racconta la sua storia, dice che un paio di pinze possono cambiare il destino di un uomo. Il Dottore era un chirurgo con due palle così, una volta, guadagnava un sacco di soldi e teneva perfino lezioni all’università. Non c’era nessuno meglio di lui quando si trattava di aprire la gente e rimetterla a posto, faceva decine di operazioni al mese e le portava tutte a termine con successo. Non una macchia sul suo curriculum, non una lamentela da parte di un paziente, mai che si fosse verificata anche la più piccola complicazione dopo uno dei suoi interventi. Era il migliore, un vero dio del bisturi.
Gli chiedo cos’è andato storto per farlo finire così, lui butta giù l’ultimo sorso di Southern Comfort e si rolla una senza-filtro. Il giorno che vuole cancellare è quello in cui dimenticò un divaricatore chirurgico nello stomaco di un ragazzo di ventidue anni, un ragazzo che aveva tutta la vita davanti. Gli aveva eseguito una colectomia di routine, ma doveva essere soprapensiero perché ricucì l’incisione senza accorgersi di quelle dannate pinze. Il ragazzo fece due giorni di convalescenza e poi fu dimesso, ringraziò il Dottore e andò a casa. Dodici ore dopo tornò in ospedale, su una barella, sputando sangue e gridando come un vitello scannato. Qualcosa gli aveva bucato lo stomaco, l’emorragia interna era a uno stadio talmente avanzato da rendere inutile qualsiasi intervento. Lo portarono nell’obitorio, lo sistemarono su un lettino e lo aprirono. Dentro la pancia, affogato in un mare di sangue e merda, trovarono un divaricatore di tredici centimetri, conficcato nell’intestino come un coltello in una salsiccia. Fu quella notte, dopo aver firmato su due piedi le dimissioni e risposto alle domande di un ispettore di polizia, che il Dottore cominciò a bere.
Per un po’ ce ne stiamo in silenzio, poi mi chiede come può chiamarmi. Mi vengono in mente soprannomi del cazzo, e non so quale scegliere. “Il Casanova Triste”, “il Maritino”, “il Romeo Miserabile”. Scelga lui, io non so decidermi. Adocchia la fede che porto all’anulare sinistro e mi domanda se sono sposato. No, gli dico, non più. Quel cerchio d’oro sbiadito stretto intorno al mio dito non significa nulla.
Avevo tutto, gli confesso, ma non sono stato abbastanza intelligente da accorgermene. Ho buttato la mia felicità nel cesso per togliermi lo sfizio di una serata, e dopo quattro anni ne sto ancora pagando le conseguenze. Vorrei prendermela con qualcuno, finanche con la sfiga, ma so che l’unica persona da incolpare sono io e per questo mi odio. La sola faccia che vorrei prendere a pugni e spaccare, distruggere fino a ridurla a una poltiglia sanguinolenta, è quella che vedo ogni mattina dentro lo specchio, sempre più smunta e scavata. La faccia di un uomo finito. Il più stupido idiota del mondo.
Il Dottore mi chiede com’è andata, io rispondo che non c’è molto da dire. Quando tua moglie e tua figlia di sette anni tornano a casa e ti trovano nudo tra le lenzuola, attaccato come un cane al culo di un’altra donna, non ci metti più di un secondo a capire che da allora in avanti la tua esistenza non sarà più la stessa. Quell’istante sembra cristallizzarsi nell’eternità, dilatarsi all’infinito, e hai tutto il tempo di pentirti mille e mille volte del tuo errore anche se sai che è troppo tardi. Poi, improvvisamente, il tempo fa un balzo in avanti e tu sei in un monolocale, da solo, a piangere mentre componi il numero della casa dove vivevi con la tua famiglia. Ti ci apposti, vicino a quella casa, anche se il giudice ti ha diffidato dal farlo, ti nascondi dietro un cespuglio e osservi la donna e la bambina che tornano da scuola, le guardi e ti senti morire. Perché la donna non ti rivolgerà mai più la parola, e la bambina non verrà mai più a giocare con i pupazzi e le bambole sulle tue ginocchia. Una non ti chiamerà più “amore”, l’altra non ti chiamerà più “papà”. È finita, le hai perdute, non fai più parte della loro vita e prima o poi ti dimenticheranno come un brutto incidente. A meno che, in una notte come questa, tu non vinca una partita a quindici palle nel bar delle seconde opportunità, e ottenga in premio un sorso dalla bottiglia magica.
A questo punto smetto di parlare, perché la voce mi si spezza. Il Dottore mi dà una pacca sopra una spalla e si accende un’altra paglia, scuote la testa e dice che ho fatto una stronzata grossa quasi quanto la sua. Vada come vada, mormora sbuffando una nuvola grigia che disegna un serpente sopra le nostre teste, domani mattina uno di noi due sarà un uomo nuovo.
Mancano due minuti a mezzanotte quando il barista riemerge dalla porticina segreta. Prende una bottiglia dallo scaffale dei liquori, ce la poggia davanti e ci scruta come fossimo scarafaggi sbucati dal sifone di un cesso. Noi guardiamo dentro la bottiglia, ci premiamo contro il naso e strabuzziamo gli occhi per mettere a fuoco quello che c’è oltre il vetro. Io vedo una famiglia felice, padre, madre e figlia sul divano che ridono e si tirano i popcorn. Il Dottore, c’è da scommetterlo, vede un chirurgo che stringe la mano a un ragazzo dicendogli che ha fatto solo il suo lavoro. Funziona, la bottiglia funziona! C’è davvero l’elisir per tornare indietro, là dentro, e se anche avesse il sapore dello sperma di ratto non esiste altro drink al mondo che vogliamo bere.
Il barista schiocca le labbra, si toglie qualcosa dai denti e ci spiega una cosa importante: se per caso proviamo a fare fuori lui, nel corso della partita, il liquido perde ogni potere. È la sua assicurazione sulla vita, perché sa che tra qualche minuto, quando sanguineremo come pecore al mattatoio, sarà contro di lui che si rivolgerà il nostro odio. Per tutta risposta io e il Dottore ci alziamo, prendiamo le stecche e andiamo al tavolo. Lui ci viene dietro e chiude la porta d’ingresso con una grossa chiave. «Vinca il migliore», mormora staccando la mannaia dalla parete, e per la prima volta scorgo qualcosa di luccicante al centro delle sue orbite senza fondo.
Tiriamo in aria una moneta per decidere a chi tocca iniziare, esce testa e vinco io. Prendo il gessetto e lo sfrego sull’estremità della mia stecca, poi mi chino sul panno verde preparandomi al colpo che aprirà la partita. Sento lo sguardo del barista perforarmi la nuca, e più bruciante del suo quello del Dottore, che si sta chiedendo che tipo di giocatore sono. Ci siamo scambiati le confidenze e raccontati le nostre storie, ma abbiamo evitato accuratamente di discutere di sponde, traiettorie ed effetti. Ognuno dei due spera che l’altro sia un novellino, un disperato alle prime armi arrivato lì per giocarsi il tutto per tutto, ma ci sbagliamo entrambi. Ci sbagliamo di grosso, e di lì a poco la cosa diventerà evidente.
Colpisco la palla bianca e la mando a impattare contro quella gialla con il numero uno, il triangolo multicolore si divide in atomi sferici che schizzano da tutte le parti. La nove tocca l’angolo di una buca e rimbalza indietro, la tredici e la sette bisticciano, la quattro prende un paio di sponde e si ferma a due centimetri dal bersaglio. Primo tiro, zero punti. Non mi capitava da anni.
Tocca al Dottore. È un buon giocatore, lo capisco da come impugna la stecca e la fa scorrere lungo le dita. Scocca un colpo secco, dritto per dritto, e manda in buca la biglia numero uno lungo una diagonale perfetta. Un tiro facile, nulla di che. Peccato che mi costerà un dito.
Il barista consegna la mannaia al Dottore e mi chiede a cosa voglio rinunciare. Appoggio il mignolo sulla sponda del tavolo e chiudo gli occhi, dico al mio avversario di fare in fretta. Aspetto per lunghissimi istanti che il dolore esploda dentro di me con la violenza di una supernova, ma non succede niente. Poi, proprio quando comincio a pensare che il Dottore voglia tirarsi indietro, sento l’acciaio che impatta sul legno e urlo con quanto fiato ho in gola. Per un attimo sono cieco, sopraffatto dal dolore, poi riacquisto la vista e scorgo il mio mignolo sul pavimento, simile a un grosso verme. Il barista lo raccoglie, va dietro il bancone, prende un barattolo con su scritto DITA e lo apre. È questo che fa, penso mentre mi arrotolo uno straccio attorno alla mano per arginare il sangue. Colleziona trofei.
Il Dottore deve tirare di nuovo. La due è nascosta da ben tre biglie, ma lui non sembra preoccuparsene. Studia bene le linee d’aria e gli spazi, senza fretta, poi si china e sfodera una sponda a quarantacinque gradi con effetto ritornato che mi lascia a bocca aperta. Non solo la palla è andata in buca, ma la biglia bianca si è posizionata in un punto perfetto per togliere di mezzo anche la tre. Dico addio anche all’altro mignolo, ma questa volta non do al barista la soddisfazione di sentirmi urlare. Ghignando in mezzo alla barba di fuoco, si offre di suturarmi la ferita con la fiamma del suo accendino. Rifiuto. Non c’è nulla che voglia da lui, a parte un sorso di quella fottuta bottiglia piena di roba verde.
Il terzo tiro del Dottore è quasi più facile del primo, e lo vedo scusarsi con gli occhi mentre la palla scompare in buca. Non ho più dita da dare in beneficenza, anche perché prima o poi dovrò usarle per tirare, così opto per l’orecchio sinistro. Il Dottore solleva la mannaia sopra la testa, prende bene la mira e mi separa da un altro piccolo pezzetto di me. L’orecchio cade sul pavimento, e io lo seguo quasi all’istante.
Riprendo conoscenza quaranta minuti dopo. Sono adagiato su un tavolino, ho dolori dappertutto e non ci sento per niente bene. Con mia grande sorpresa scopro che il barista mi ha fasciato le ferite, non esce più sangue da nessuna delle mutilazioni. Deve anche avermele cauterizzate per bene. Da qualche parte, anche se non la vedo, deve esserci una fiamma ossidrica di quelle che usano i saldatori. Non vuole che il gioco finisca presto, il bastardo. Ha parecchi vasetti da riempire.
Mentre mi rialzo gli chiedo cosa diavolo ne farà del mio orecchio. Sorridendo, indica un cucinino accatastato in un angolo e una padella. Ecco svelato il mistero, penso scuotendo la testa. Non ci voleva molto a immaginarlo.
Il Dottore sbaglia il quarto colpo di pochi millimetri, e mentre la quattro rimbalza contro l’angolo della buca vedo la paura tracciare una nuova ruga sulla sua fronte. Lentamente, mi porto dietro la palla bianca e la punto con l’apice della stecca, guardo la numero quattro e prendo la mira. Accarezzo appena la neutra, per un tiro strisciato che da quella posizione avrò provato un milione di volte, e infilo un four balls straight: quattro,sei, dieci e undici vanno in buca una dopo l’altra, in un colpo solo, incatenate da un gioco di ribattute così perfetto che quasi mi metto a saltare di gioia. Il Dottore mi offre la sinistra e mi lascia scegliere quale dito staccargli, ma il barista interviene. Quattro in un colpo non valgono un misero dito, dice. Quattro in un colpo valgono almeno tutta la mano.
Non riesco a odiare il Dottore, neppure dopo ciò che mi ha fatto. Lo guardo sudare e tormentarsi le mani e non sono capace di distillare una sola goccia di soddisfazione al pensiero di quello che sta per accadere, per quanto mi sforzi provo per lui solo una grande pena. È un poveraccio come me, un fallito, la sua faccia potrebbe essere la mia foto sulla carta d’identità tra qualche anno. Eppure, devo fare quello che va fatto, perché io ci tengo a quella donna e a quella bambina. Le rivoglio, ho bisogno di loro, non posso concepire l’idea di andare avanti senza. Ho già la mannaia in pugno, e non mi tirerò indietro.
Il Dottore sa che senza una mano non sarà in grado di giocare, e per questo si è chinato e sta slacciandosi una scarpa. Poggia il piede sul bordo del tavolo, tremando, chiede al barista se dalla caviglia in giù va bene. Il barista annuisce.
Il primo colpo che vibro è troppo debole, e la lama resta conficcata nell’osso senza staccarlo. Il Dottore caccia un urlo che mi trapassa il cervello e comincia a ballare sulla gamba che poggia a terra, il barista gli scivola alle spalle e lo tiene fermo. Sollevo di nuovo la mannaia, trattenendo i conati, e questa volta colpisco così forte che le schegge di legno volano da tutte le parti e il piede schizza sul panno verde disegnando una scia scura. Il dottore stramazza a terra, ma non sviene. A denti stretti chiede un bendaggio, lo ottiene, se lo avvolge da solo attorno al moncherino e ci fa un nodo. Non è sufficiente ad arginare il sangue, ed ecco che il barista interviene con la fiamma ossidrica facendola comparire da sotto il tavolo. Distolgo lo sguardo mentre il fuoco accarezza la carne, vorrei essere mille miglia lontano e non sentire la puzza di bruciato che si spande nell’aria intossicandomi gola e polmoni. Il Dottore non urla, non emette neppure un gemito. Si tira su a fatica, aggrappandosi al tavolo dove la partita deve continuare. Mi scopro ad ammirarlo.
È passata mezz’ora, e sul panno rimangono solo la biglia bianca e la quindici. Ho imbucato anche la sette, la otto e la nove, il Dottore ha fatto fuori la cinque, la dodici, la tredici e la quattordici. Cinquanta a quarantasei per lui. Ci giochiamo tutto sull’ultima palla, nella roulette della tripla sponda.
Ormai sono più i pezzi mancanti che quelli che ci restano attaccati. Ho detto addio anche all’altro orecchio, a entrambi i diti medi e all’anulare della destra. L’altro, dove tengo la fede, è ancora al suo posto. Il Dottore, che spera di tornare a operare, non ha voluto che gli toccassi le mani. Si è fatto tagliare anche lui le orecchie, poi l’alluce del piede superstite. Infine il naso.
Barcolliamo attorno al tavolo mezzi morti, pallidi, le bende non riescono più a trattenere le emorragie e siamo rossi dappertutto, coliamo senza riposo. Il barista ci viene dietro come uno sciacallo, sistemandoci sotto bacinelle e bicchieri dove il sangue si raccoglie e ristagna. Deve avere una bella riserva, in frigorifero, per annaffiarsi la gola durante le sue grigliate.
Il Dottore tira per primo, annunciando una quadrupla sponda effettata con palla in buca centrale. A metà del movimento di tiro sposta troppo il peso sul piede fantasma e crolla di lato, la stecca sfila a vuoto e squarcia il panno per parecchi centimetri. Il barista grugnisce di disappunto, gli molla un calcio nel fianco e lo tira su per il bavero della giacca. Lo sbatte sul tavolo come un sacco vuoto, a faccia in giù, gli grida che se non ce la fa più è meglio che si ritiri. È troppo, al diavolo tutto, ne ho abbastanza delle angherie di questo figlio di puttana. È vero, siamo noi che abbiamo deciso di sottostare alle sue regole, ma è anche vero che una cosa preziosa come il tempo non può appartenere a un degenerato come lui. Bisogna che questa storia finisca.
Tocca a me tirare. Dichiaro una tripla sponda semplice con palla in buca d’angolo, la menzogna mi sguscia fuori di bocca così naturale che quasi ci credo anch’io. Mi piego in avanti e lascio scorrere un paio di volte la stecca contro le dita superstiti, butto un occhio al barista e al Dottore che non sospettano nulla. Poi tiro, colpisco la quindici con tutta la forza che mi resta, ma non miro alla sponda. È un colpo saltato alla base della biglia quello che effettuo, il più potente e preciso che mi sia mai riuscito. La palla schizza via dal tavolo come un proiettile, vola per quattro metri verso il bancone e centra in pieno la bottiglia di liquido magico frantumandola in cinquanta pezzi. Il Dottore spalanca la bocca, esterrefatto, il barista urla e si precipita verso il disastro tentando di raccogliere con le mani il prezioso nettare. Ma è troppo tardi, è sparso dappertutto, il pavimento lo beve e per incanto torna lucido e liscio come doveva essere anni fa. Ho fatto quello che dovevo fare, e non m’importa delle conseguenze. Non ci sarà più nessuno che si farà fare a pezzi per quella roba, offrendo cibo e intrattenimento gratis a uno sporco cannibale. La faccenda è chiusa.
Il barista adesso sembra davvero un grizzly inferocito. Mi viene addosso con la violenza di un caterpillar, mi travolge e mi schiaccia sul pavimento con tutto il suo peso. Mentre tenta di strangolarmi gli vedo finalmente bene gli occhi: sono piccoli, porcini, oblò nascosti da cui si affaccia una mente malata. Mi ammazza, è troppo forte per me. Se è vero che l’immagine dell’assassino resta intrappolata nelle pupille della vittima, la sua faccia schifosa si stamperà per sempre dietro la mia retina come il negativo di una fotografia.
Sta per spaccarmi la carotide quando sento la stretta delle sue mani allentarsi, lo vedo corrugare la fronte e torcere le labbra in un’espressione di stupore ebete. Scuote la testa, si rimette in piedi senza badare più a me, fa qualche passo all’indietro e strabuzza gli occhi vomitando una cascata di sangue. Stramazza faccia in giù sul pavimento, facendolo tremare, e solo allora vedo la mannaia piantata fino al manico tra le sue scapole. Dietro di lui, furioso ed esausto, c’è il Dottore, giustiziere senza naso abbarbicato alla stecca che gli fa da stampella. Devo a lui la vita, questa vita di cui ero stanco prima di entrare qui e che adesso, pur mutilato e distrutto, mi sembra un dono del cielo. Tendo una mano, o ciò che resta di essa; il Dottore la afferra e mi aiuta a rimettermi in piedi. Ce ne andiamo appoggiandoci l’uno all’altro, senza parlare, uniti da quel tipo di amicizia che nasce solo dopo essere scampati a una catastrofe. Anche se nessuno dei due lo dice, sappiamo di essere due uomini migliori.
Non prendiamo le auto, camminiamo nella notte fumando le nostre ultime sigarette. Dopo un bel pezzo di strada ci sediamo sotto la pensilina di un bus, e lì chiedo al Dottore cosa intende fare da domattina in poi. Ci pensa un po’ su, guardando dritto davanti a sé, poi comincia a parlarmi di una clinica statale dove alcuni medici volontari si occupano dei barboni e degli immigrati senza permesso di soggiorno. Niente stipendio, niente onori, solo duro lavoro con pochi mezzi e qualche sorriso sdentato a ringraziamento della tua fatica. Prima di stanotte, dice il Dottore, non aveva mai considerato l’ipotesi di farsi assumere lì. Adesso, chissà perché, quella prospettiva non gli sembra poi tanto male. È un po’ come tornare indietro nel tempo, dice, quando era agli inizi e gli importava solo salvare la vita delle persone. Sono le ultime parole che gli sento pronunciare, perché un attimo dopo si alza e si avvia lungo il marciapiede, zoppicando mentre la stecca fa tac-tac sull’asfalto liscio. Non lo vedrò mai più, anche se è il mio migliore amico.
Un’ora dopo, l’alba mi sorprende mentre passo davanti a una villetta che una volta conoscevo bene. Il prato inglese non è più tanto ben tenuto da quando non sono io a passarci la falciatrice, ma la fontanella e l’altalena sono proprio uguali a come le ricordavo. La cassetta della posta accanto al cancelletto dice FAMIGLIA M., anche se una famiglia là dentro non c’è più da tanto tempo. Sento le lacrime risalire dal profondo della mia gola, e prima di accorgermene sto piangendo.
Poi, quando sto per andarmene, le vedo. Sono dietro la finestra, un po’ insonnolite, e mi guardano con gli occhi sgranati. La donna è bella come la ricordavo, occhi enormi nel volto pallido, la bambina è cresciuta e ha i capelli più lunghi dell’ultima volta in cui l’ho vista. Restiamo così per un minuto eterno, separati da quel vetro e da quel giardino e dal tanto dolore che io ho causato, ci fissiamo immobili come statue. Alzo una mano monca e accenno un saluto; sto già per riabbassarla sconfitto quando loro scompaiono dalla finestra e dalla mia visuale. Muovo un passo lungo la strada, affranto, ma sento il click della porta che si apre e mi blocco. Sono sull’uscio adesso, continuano a guardarmi confuse e muovono anche loro le mani. Mi fanno cenno di entrare. Non ho parole per descrivere quello che provo mentre percorro il vialetto di ghiaia, so solo che non sento più il dolore e non riesco a trattenere le lacrime. Questo momento, questo premio che mi sono guadagnato nel bar, vale molto più che prendere un sorso dalla bottiglia magica e fare finta che non sia successo niente. Perché ora, e solo ora, so di essermelo meritato.
Cado in ginocchio appena entrato nell’atrio, chiedendo scusa e aggrappandomi ai piedi delle mie ragazze, le tiro a me come se avessi paura di vedermele sparire da sotto il naso. Una mano mi accarezza i capelli, una voce spezzata mi sussurra qualcosa contro un orecchio che non ho più, due piccole braccia mi si stringono attorno al collo e un’altra voce vuole sapere cos’è successo al suo papà. Non dico niente, non ne ho la forza, mi limito a singhiozzare ringraziando il destino per avermi condotto fin qui alla fine di questa nottata. La porta di casa mia si richiude, ritrovo gli oggetti cari mentre nell’aria si spande l’odore del caffè appena fatto. È un po’ come tornare indietro nel tempo. Anche senza la bottiglia delle seconde opportunità.

La settima edizione del Roma Noir, concorso letterario organizzato dall'Università La Sapienza di Roma, si è conclusa con la vittoria di una vecchia conoscenza dei lidi di Edizioni XII.
La giuria del concorso, composta da figure del calibro di Fabio Giovannini, Giulio Leoni, Marco Minicangeli, Elisabetta Mondello, Giorgio Nisini, Mauro Smocovich e Maurizio Testa, ha assegnato il primo premio a Marica Petrolati, e al suo racconto Etica Professionale.
Secondo classificato Stefano Cicerani e al terzo posto, ex aequo, Angela Cutrera e Maria Lucia Riccioli.
Gli autori saranno premiati nell'ambito del convegno Roma Noir dal tema Scritture nere: Narrativa di genere, New Italian Epic o Post-Noir? che si terrà oggi, mercoledì 10 febbraio 2010, presso la Facoltà di Scienze Umanistiche, aula Odeion dalle ore 10 alle 17. La premiazione è prevista per le ore 16.
Marica Petrolati ha preso parte, per Edizioni XII, all'antologia L'Altalena e sarà tra i presenti nella prossima pubblicazione per la collana Camera Oscura.
I nostri più sentiti complimenti vanno a Marica per l'importante risultato ottenuto.
Clicca qui per leggere Etica professionale e gli altri racconti vincitori sul sito di Roma Noir >>
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 A Bussolengo (VR), domenica 14 Febbraio, dalle ore 11, Riccardo Coltri sarà alla libreria edicola Marina, in Piazza della Vittoria 40 per un incontro con i lettori.
L'evento avverrà in parallelo alla celebre Festa di San Valentino che aprirà i battenti proprio in quelle ore.
Sarà possibile discutere con l'autore e approfondire la conoscenza delle sue opere, tra cui La corsa selvatica, uscito il 21 Novembre scorso per Edizioni XII.
Sarà inoltre l'occasione buona per fargli autografare la tua copia del libro o per acquistarne una, con dedica, sul momento.
Riccardo Coltri è interprete di un genere a cavallo tra fantastico e horror, che attinge nel profondo del folclore e delle leggende alpine e mediterranee in una miscela personalissima e affascinante, portandoci verso un tempo e un mondo che potrebbero esistere (e forse sono esistiti) giusto fuori dalla porta di casa nostra; scrittura elegante, cattiveria, e una reale capacità di inquietare il lettore completano il quadro di uno degli autori nostrani più interessanti.
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 Te l'abbiamo annunciato, ti abbiamo mostrato la copertina e il booktrailer, ti abbiamo accennato i contenuti.
Ora, finalmente, In due si uccide meglio, di Giuseppe Pastore e Stefano Valbonesi, è disponibile, da oggi, in libreria.
Storie di persone che uccidono, che lo fanno in due, e che dalla condivisione dell’esperienza traggono maggior eccitazione e sicurezza.
Una serie di coppie di mostri esaminate in ricchi capitoli narrativi di lettura scorrevole, affiancati da lucidi approfondimenti teorici.
Dalla prefazione di Ruben De Luca
È proprio questo il grosso problema dell’omicidio seriale in coppia: si tratta di un’azione mostruosa messa in atto da due persone, due individui distinti che la trovano piacevole e gratificante come se si trattasse di andare insieme al cinema o a mangiare la pizza. E questo evento disturba nel profondo la società umana. La condivisione dell’aberrazione automaticamente toglie forza all’onnipresente tesi della pazzia, della malattia mentale, che viene estratta dal cilindro ogni volta in cui c’è da trovare una spiegazione per un comportamento del genere.
E non dimenticare che sull' eshop di Edizioni XII In due si uccide meglio è disponibile anche in bundle con Diario Pulp, l'ultimo, truce, romanzo di Strumm.
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Lo ammetto: a volte l'attività di Ufficio Stampa è assai facile.
Specie quando ricevi messaggi che non puoi fare a meno di pubblicare così come sono.
Ecco che proprio stamattina, tornando in ufficio dalla pausa caffè, ho trovato un wakizashi piantato nella mia scrivania (ma dove sono quelli della sicurezza, quando servono?).
Dopo aver escluso l'ipotesi del solito scherzo di Strumm, mi sono accorto che la spada serviva solo da ingombrante fermacarte per un comunicato, o, se vogliamo, un messaggio.
La firma era di una nostra vecchia conoscenza: Ayame di Writer's Dream.
Questa, quindi, non è una vera e propria chiacchierata, ma siccome era da un po' che non ravvivavo la rubrica, ho pensato di considerare il messaggio come una specie di... ehm... dialogo.
Yurutsuki - concorso d'Inverno
Immaginate di essere davanti al fuoco e di vedere, nel calore che fa tremare l'aria davanti a voi, il Giappone feudale e la sua magia.
In quest'epoca d'onore, di rispetto, d'amore e di guerra, dovrete ambientare una storia fantasy in cui la solita magia è bandita. Gli elementi richiesti sono quelli orientali e se l'occidente ne avrà parte, usatelo per raccontare uno scontro tra le due forze.
Yurutsuki è la luna che oscilla, tra una stagione e l'altra osservando lo scorrere del tempo e il cambiamento che porta negli uomini. Cambiano le epoche ma non cambiano mai gli istinti e le forze che governano la magia, specialmente in oriente dove l'arcano e il mistico hanno tutt'oggi forza. Yurutsuki sono le quattro stagioni unite – Fuyu, Haru, Natsu e Aki – e ora, pochi giorni prima di Natale, ha inizio il Concorso d’Inverno.
I racconti che potranno partecipare al concorso, dovranno avere un tetto massimo di 20'000 parole. Il genere dei racconti, come avrete compreso, è il fantasy di matrice orientale (nello specifico, niente nani, maghi o elfi, le creature e le figure magiche dovranno essere di matrice giapponese); l'ambientazione è quella del Giappone medievale.
La particolarità di questo concorso è appunto lo Yurutsuki, cioè la presenza caratterizzante della stagione in cui è indetto il concorso nei vari racconti, in questo primo concorso l'Inverno. Dunque, sbizzarritevi e scrivete, approfittatene per conoscere un mondo fantastico che è quello del Giappone feudale e per conoscerne i miti e le tradizioni, i primi racconti che verranno selezionati da questo primo concorso faranno poi parte di un'antologia che verrà pubblicata alla fine dell'anno (e dell'ultimo concorso stagionale), tale antologia verrà arricchita da quattro tavole tematiche a colori. Gli autori selezionati riceveranno in regalo una copia dell’antologia e un altro libro in omaggio.
Qui potete scaricare il bando completo del Concorso d’Inverno; sul forum potrete trovare una sezione dedicata a Yurutsuki, che rimarrà aperta fino alla pubblicazione dell’antologia, dove potrete condividere materiale, informazioni, chiedere aiuti, consigli e fare domande.
Che dire, sembra un progetto molto ispirato, per cui non posso che augurare in bocca al lupo a Ayame e allo staff di Writer's Dream.
Il wakizashi, intanto, me lo tengo...
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